LA CALUNNIA DELLA VIOLENZA DI GENERE

Da decenni televisioni, giornali e politici ci sommergono con il mantra della violenza maschile contro le donne. Da qualche parte nel cervello di ognuno di noi c’è il pregiudizio che la violenza domestica sia quando una donna fragile e maltrattata piange in silenzio rannicchiata in un angolo buio in balia di un uomo violento. Siamo stati addestrati, attraverso la ripetizione ipnotica di disinformazione femminista, ad interiorizzare lo stereotipo del mostro maschio che picchia la moglie spinto da un bisogno insaziabile di controllo.

Questo sito dimostra, dati alla mano, una realtà così incredibile che è difficile crederci.

Quasi tutto quello che ci hanno indotto a credere in materia di violenza domestica è falso.

Non esiste nessuna “violenza di genere”. Viviamo in una sorta di 1984 Orwelliano, in una gigantesca “calunnia di genere” costruita da femministe per arricchirsi odiando gli uomini.

La verità è che donne e uomini sono violenti in egual misura.

Ma le tante persone che lo hanno detto e dimostrato sono state fatte tacere con minacce di morte, censura e diffamazioni. La verità è venuta a galla quando, grazie ad internet, si è attenuato il controllo politico sull’informazione. I giornali che continuano a pubblicare disinformazione vengono regolarmente sommersi di commenti di lettori indignati.

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1. La calunnia della prima causa di morte per le donne

La violenza maschile è la prima causa di morte delle donne italiane!  Lo dicono principali giornali e televisioni, giornaliste della televisione pubblica, spot ministeriali.  Sta scritto in documenti firmati da politici da partiti di sinistra come il PD.

Sarà vero?

Una persona mentalmente normale capisce subito che è una falsità colossale.
Se fosse vero, ci sarebbero conseguenze demografiche come durante una guerra mondiale. Se ci fosse una guerra mondiale, ce saremmo accorti.

Una persona con un minimo di conoscenze di matematica, può rapidamente stimare che i dati sono stati falsificati gonfiandoli del 200000% circa.
Il ragionamento è semplice: in Italia ci sono 60 milioni di persone, metà sono donne che vivono in media 80 anni.  Quindi ogni anno muoiono 375mila donne, cioè circa 1000 al giorno. Però di omicidi ce n’è solo circa uno al giorno, ed in massima parte vengono uccisi uomini.

La  falsità colossale della prima causa di morte
sta scritta su documenti ufficiali dell’Unione Europea

Raccomandazione 1582 del 2002: “Statistics shows that for women between 16 and 44 years of age, domestic violence is thought to be the major cause of death and invalidity, ahead of cancer, road accidents and even war”.

degli Stati Uniti, delle Nazioni Unite, ed anche italiani.
Veniva usata in campagne di (dis)informazione di organizzazioni internazionali come Amnesty International e del nostro Ministero delle Pari Opportunità. In America, cercavano di far credere che le vittime di femminicidio erano più degli attentati dell’11 settembre.
Tutto falso, ma la paura riduce la capacità di ragionare del cervello umano. È il metodo per far passare leggi illiberali grazie a politici che, per stupidità, pigrizia o complicità, assecondano queste follie del femminismo.

Vediamo quindi di mostrare i dati veri e precisi. Esistono varie versioni della calunnia della prima causa di morte, e sono tutte grottescamente false, in tutti i paesi del mondo. In Italia:

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Figura 1: Media annuale dei decessi femminili in Italia dal 2002 al 2006 per causa di morte.

La vere causa di morte in ordine di importanza sono mostrate in figura 1: malattie cardiocircolatorie (45%); tumori (25%); altre malattie; incidenti (4%);  gli omicidi (0.05%) sono un fenomeno del tutto trascurabile.  Di questi, solo una parte sono dovuti a conflitti familiari.

Ad esempio, i soli disturbi psichici provocano 100 volte più decessi femminili degli omicidi.
Se  una donna disturbata su 100 ha perso il contatto con la realtà terrorizzata da questa calunniosa propaganda, chi la sostiene ha causato più morti degli omicidi.  Ad esempio Corriere della Sera, “Il patto per uccidersi delle artiste in lotta contro il femminicidio”, 7/9/2013.

Gregory Andersen, attivista di Men’s Health Australia, ha indagato su questa calunnia. Visto che il Comitato per le Pari Opportunità presso il Consiglio d’Europa la riportava, scrisse alla allora Segreteria Tanja E. J. Kleinsorge, chiedendo informazioni sulla fonte dei dati.  La  risposta fu:

“sfortunatamente devo ammettere che neanche io conosco la fonte.  Il documento in questione è stato scritto prima che io arrivassi”.

Gregory Andersen ha quindi chiesto chiarimenti ad Amnesty International che la utilizzava in proprie campagne, ottenendo come risposta che la famigerata affermazione “è stata citata facendo riferimento a sorgenti precedenti senza andare a cercare la sorgente originale.  È diventata un mito urbano.  Abbiamo cercato la sorgente originale…”. In seguito a ciò Amensty ha correttamente ammesso l’errore, smentendo le proprie campagne precedenti:

La campagna globale di Amnesty International contro la violenza sulle donne ha fatto uso dell’affermazione, attribuita al Consiglio d’Europa, secondo cui “la violenza domestica è la prima causa di morte e disabilità per le donne fra i 16 ed i 44 anni e causa più morti e malattie del cancro e degli incidenti stradali”.

Questa affermazione non corrisponde ai dati cui si riferisce. Viene quindi cancellata dal materiale di Amnesty International, per venire rimpiazzata dalla frase seguente:

“Secondo uno studio del 1994 basato su dati di un esercizio di modellizzazione della Banca Mondiale, fra 10 cause e fattori di rischio considerati per la morte e la disabilità di donne fra i 15 ed i 44 anni, lo stupro e la violenza domestica erano cause maggiori del cancro, incidenti di veicoli a motore, guerre e malaria.” [Lori L. Heise, Jacqueline Pitanguy e Adrienne Germain, 1994, Violence against Women: The Hidden Health Burden (World Bank Discussion Paper 255), World Bank]

Secondo Amensty la sorgente originale sono tre signore che lavoravano nella Banca Mondiale.
Dopo aver sostenuto che la violenza maschile danneggiasse l’economia, due di loro hanno ottenuto fondi per combatterla. Il loro articolo è solo un “esercizio di modellizzazione” (cioè numeri messi più o meno a caso) secondo cui, in alcuni paesi del terzo mondo, la violenza domestica sarebbe la nona causa di morte, specificando tuttavia che “la violenza domestica è inclusa a scopo illustrativo” (tabella 5, pagina 17 [L. Heise, J. Pitanguy, A. Germain, “Violence against women: the hidden health burden” World Bank discussion papers, 1994]).
Inoltre, secondo la loro stessa tabella B.7, più di metà della violenza intenzionale sarebbe “auto-inflitta” e gli uomini subirebbero tre volte più violenza delle donne.

Altri attribuiscono la fonte originale ad una femminista americana, che dopo essere andata un giorno a contare i decessi in un grande ospedale, avrebbe scritto che la prima causa di morte è la violenza maschile.

Quale che sia l’origine di questa balla, se una va in giro a raccontare che gli asini volano, ONU, EU, USA non riprendono  questa affermazione in documenti ufficiali. La balla della prima causa di morte si è diffusa perché c’era  la volontà politico-criminale di calunniare gli uomini.

2. La calunnia del femminicidio

Il termine “femminicidio” è stato coniato da Maria Marcela Lagarde – una femminista comunista messicana – ed è divenuto popolare per via del  film “Bordertown”, che narrava delle migliaia di donne uccise nella città messicana di Ciudad Juarez. Secondo la teoria femminista venivano uccise in quanto donne da maschi violenti nell’indifferenza della polizia. Secondo la realtà, Ciudad Juarez (la vecchia El Paso dei film western, oggi situata sul confine con gli Stati Uniti) è diventata il crocevia mondiale del narcotraffico e la città con più omicidi al mondo, con la polizia impotente a fermare le guerre fra i cartelli della droga. I becchini fanno gli straordinari tutte le sere, e l’80% dei circa 10 mila omicidi sono stati a danno di uomini.  Molti di questi omicidi vengono compiuti da donne killer, attive soprattutto nel cartello Los Zetas, preferite ai killer uomini perché meno sospettabili. In una retata  nel campo di addestramento per killer di San Cristobal de la Barranca la polizia catturò molte assassine.
Le più note sono Maria del Pilar Narro Lopez, alias “la comandante Bombon” e Maria Jimenez, che catturata dopo decine di omicidi ha confessato:

«noi donne lo facciamo per il denaro. Mi misi ad uccidere diventando sicario a tempo pieno insieme a ragazze così belle e con unghie grandi e affilate come coltelli che ispiravano pensieri inverecondi». [Corriere della Sera, 16/8/2011, “Le donne di Ciudad Juarez: vittime, madri e sicarie”].

Ma l’eroina delle femministe è Diana La Cazadora, l’assassina seriale che ammazza uomini.

Femministe occidentali notarono che “femminicidio” era un termine che colpiva la fantasia e consentiva di calunniare gli uomini.

E così il femminicidio è un fenomeno esploso in Italia dal 2010, ma solo sui media, che hanno diffuso questa parola inventata apposta per odiare gli uomini, per far credere che esista una strage di donne, per chiedere leggi secondo cui la vita di una donna ha più valore della vita di un uomo.
Secondo la propaganda femminista ripresa dalla stampa, l’ONU avrebbe detto che “femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni”.   Questa stupidaggine non la ha detta l’ONU, ma una femminista (Rashida Manjoo) che presiede un comitato femminista (CEDAW)  tollerato dentro l’ONU.
La realtà dei veri dati del vero ONU [2011 Global Study on Homicide, UNODC Homicide Statistics] è che:

  • L’Italia è uno dei paesi al mondo con il più basso tasso di omicidi femminili:  5 per milione all’anno, circa la metà che nei nostri paesi confinanti (9 per milione per anno in Francia, 7 in Svizzera, 13 in Austria…). Fra i grandi paesi, solo Giappone, Irlanda e Grecia hanno tassi minori. Una donna italiana ha, in tutta la sua vita, una probabilità dello 0.05% di subire un omicidio. Se non ci fossero altre cause di morte, una donna vivrebbe in media 200mila anni prima di subire un omicidio. Per fare un confronto, è la stessa probabilità di morire in un incidente con un trattore: in entrambi i casi circa 150 decessi all’anno [Dati ASPAS 2010].  Nessuno parla di ‘trattoricidio’. Il numero di donne che si suicidano (22 per milione per anno) è più del quadruplo di donne vittime di omicidio.  Nessuno parla di “auto-femminicidio”.  Unico vero numero da strage è quello dei bambini abortiti (7800 per milione di donne per anno, per un totale di 5 milioni dal 1982 ad oggi nella sola Italia).
  • In Italia il tasso di omicidi maschili è di 16 per milione all’anno, cioè vengono uccisi più di 3 uomini per ogni donna uccisa. Sia uomini che donne uccidono in prevalenza uomini: circa 400 ogni anno.  Le donne assassine uccidono nel 39% dei casi donne, e nel 61% dei casi uomini.  Gli uomini assassini uccidono nel 31% dei casi donne, e nel 69% dei casi uomini. [Ministero dell’Interno, Rapporto sulla Criminalità, “Gli omicidi volontari”, Tabella IV.18, “Genere della vittima secondo il genere dell’autore di omicidio commesso in Italia tra il 2004 e il 2006”]. Ricerche criminologiche indicano che il numero di donne assassine è sottostimato in quanto le donne hanno maggiore tendenza a commissionare omicidi e ad uccidere avvelenando. Nessuno parla del ‘maschicidio’.  In Italia il tasso di suicidio di uomini separati è di 284 per milione all’anno [Dati EURES 2009]. Nessuno ne parla, sebbene si tratti di una vera strage di stato: il tasso di suicidi si quadruplica con la separazione, anche a causa delle sentenze  che privano i papà dei loro figli, della loro casa, del loro reddito.
  • Il femminicidio non esiste in nessun paese al mondo: ovunque vengono uccisi più uomini che donne. Gli unici paesi nei quali il tasso di donne uccise è quasi pari al tasso di uomini uccisi sono quelli che hanno adottato politiche femministe (47% di omicidi femminili in Croazia, 41% in Norvegia…) o dove le donne partecipano alla vita pubblica (49% di omicidi femminili in Germania, 48% in Svizzera…).  Viceversa, il tasso di omicidio di donne è una piccola percentuale del totale di omicidi nei paesi dove molte donne preferiscono il ruolo femminile tradizionale (7% in Grecia, 18% in Irlanda, 23% in Italia…).

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La realtà è l’opposto dell’ideologia femminista, secondo cui esisterebbe un “patriarcato” che opprime ed uccide le donne.

Riassumendo:

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Come mai il fenomeno più piccolo di tutti, gli omicidi di donne, riceve l’attenzione maggiore?

In parte è perché gli omicidi, pur essendo una causa di morte statisticamente marginale, ricevono molta attenzione sui media.  Questo causa una percezione distorta della realtà, similmente a come accade per gli incidenti aerei:  sono eventi così rari che finiscono in prima pagina, mentre gli incidenti stradali sono così frequenti che non fanno notizia. Gli aerei, il mezzo di trasporto più sicuro, vengono così percepiti come pericolosi.  Allo stesso modo gli omicidi più rari, quelli di donne, attirano più attenzione.

Ma soprattutto, grazie a campagne di disinformazione finalizzate a costruire l’allarmismo del femminicidio, gestiste da professioniste che farebbero invidia a Wanna Marchi. Lo scopo è ottenere leggi che discriminano contro gli uomini, che radicano nella legge la falsa ideologia femminista [Convenzione di Istanbul, per ora ratificata da Montenegro, Albania, Turchia, Portogallo e Italia ma non dai paesi seri] ma soprattutto far avere un ruolo istituzionale e finanziamenti pubblici per i centri anti-violenza e per le avvocate femministe:

«Norme per il contrasto al femminicidio.
il centro antiviolenza che presta assistenza alla persona offesa può intervenire in giudizio …
La gestione delle case e dei centri delle donne è assicurata attraverso convenzioni…
Agli oneri derivanti dalla presente legge, pari a 85 milioni di Euro…» [Decreto-Legge 14 agosto 2013, n. 93 — Gazzetta Ufficiale]

Il decreto legge italiano sul “femminicidio” prevede infatti che le donne non possano ritirare le denunce e che lo stato le rimborsi anche in deroga ai limiti di reddito: il chiaro intento è tutelare le parcelle, non le donne.

È la stessa fondatrice dei centri anti-violenza per sole donne a dire che le femministe li usano per calunniare gli uomini e privare i bambini dei loro papà.

3. La calunnia della “violenza di genere”

Per far credere che  la violenza domestica è  commessa da uomini contro donne le femministe hanno inventato il subdolo termine  “violenza di genere”, hanno falsificato statistiche e minacciato di morte e diffamato  ricercatori, sociologi, scrittori ed attivisti che hanno descritto la realtà.

La realtà è che la violenza domestica o familiare è commessa dal 5-20% circa delle persone, uomini e donne in egual misura.  Il numero varia a seconda di cosa è considerato violenza, ed a seconda del paese in cui è condotta l’analisi.  In dettaglio, risulta che le donne hanno in media una lieve maggior tendenza alla violenza domestica, mentre  la violenza esercitata dagli uomini ho conseguenze mediamente più gravi. Secondo molti studi, tendono a diventare adulti violenti i bambini e le bambine che subiscono violenza.

3.1  La violenza domestica non ha genere

La prima ricerca quantitativa ad ampio campionamento venne effettuata negli Stati Uniti e trovò che episodi di seria violenza domestica sono commessi dal 4.6% delle mogli e dal 3.0% dei mariti (Straus e Gelles). Le successive ricerche in Canada trovarono che episodi di seria violenza domestica sono commessi dal 10.4% delle mogli e dal 4.7% dei mariti (Brinkerhoff e Lupri).  Successivamente centinaia di studi in diversi paesi del mondo hanno trovato risultati comparabili.

La letteratura è così vasta, che molti autori hanno lavorato per riassumerla.

Il primo fu  lo psicologo M.S. Fiebert:

«221 studi empirici e 65 review e/o analisi  dimostrano che le donne sono aggressive fisicamente quanto gli uomini o anche di più nelle loro relazioni con mariti o partners».

[M.S. Fiebert, “References Examining Assaults by Women on Their Spouses or Male Partners: An Annotated Bibliography”, Sexuality and Culture 1 (1997) 273-286 e successivi aggiornamenti].

Il review si focalizzava sugli studi in lingua inglese.  Analoghe conclusioni ha raggiunto l’analisi estesa agli studi pubblicati in spagnolo:

«I livelli di perpetrazione, unilateralità ed iniziazione della violenza sono più alti nelle donne che negli uomini nelle popolazioni giovani, e si equilibrano con l’andare degli anni, fino a diventare simili in entrambi i sessi nell’età pienamente adulta».

[Javier Alvarez Díez et al, AEMA (Associazione Spagnola per lo studio del Maltrattamento e dell’Abuso), “Bidireccional y simétrica: 111 estudios sobre la violencia en la pareja” (2007) e “Análisis comparativo de una recopilación de estudios internacionales sobre la violencia en la pareja”, 2013, versione estesa a 450 studi].

Numerosi autori hanno tentato di avvertire i giudici che le femministe li avevano ingannati e dei disastri provocati dall’agire in base ad una ideologia falsa:

«Le politiche del sistema giudiziario relative alla violenza domestica sono state male indirizzate da un paradigma di genere che impedisce interventi efficaci. […] Il paradigma di genere ideologizza la violenza domestica come perpetrata primariamente da uomini a fini di controllo patriarcale. […] I tassi di violenza femminile, anche contro bambini, sono stati ampiamente celati. Il risultato è un atteggiamento mentale dei professionisti  basato su informazioni false e che porta ad errori di giudizio. […] Il paradigma di genere è presentato dalle attiviste ai professionisti come se fosse supportato dalla ricerca, quando invece gli studi migliori trovano risultati opposti».

[D. Dutton, K.N. Corvo, J. Hamel, “The gender paradigm in domestic violence research and practice part II: The information website of the American Bar Association”, Aggression and Violent Behavior 14 (2009) 30].

La psicologa Nicola Graham-Kevan (Professoressa presso la University of Central Lancashire. Presidentessa della  International Family Aggression Society) scrive:

«La violenza domestica è stata tradizionalmente descritta come un crimine maschile contro donne indifese.  Tuttavia la ricerca negli ultimi 40 anni ha invece consistentemente trovato che uomini e donne commettono violenza in quantità simile.  Il prof. John Archer ha condotto un review meta-analitico di questi studi, e trovato che le donne sono violente quanto gli uomini. [J. Archer, “Sex Differences in Aggression in Real-World Settings: A Meta-Analytic Review”, Review of General Psychology, Vol 8(4), Dec 2004, 291-322].

Perché la violenza femminile contro gli uomini è rimasta nascosta così a lungo?

Una causa può essere il femminismo.  Il femminismo si impadronì della causa delle donne vittime di violenza, dopo che Erin Pizzey aprì il primo centro anti-violenza nel 1971.   Il femminismo descrisse la violenza domestica come la naturale estensione delle attitudini “patriarcali” degli uomini […]

Paradossalmente, il femminismo può anche aver portato al recente aumento delle donne violente arrestate.
Infatti le femministe USA […] hanno ottenuto leggi di arresto obbligatorio per ogni accusa di violenza domestica.  E così è triplicato il numero di donne arrestate.   […]  Tale aumento suggerisce che quando la polizia poteva scegliere se arrestare o meno, di solito sceglieva  a favore delle donne violente.

La concezione femminista era supportata dal fatto che la violenza maschile fosse più visibile.  Nei posti pubblici, come stadi e night-clubs, gli uomini sono la maggioranza dei violenti.   Questo ha portato a credere che gli uomini fossero intrinsecamente più violenti.

Negli anni recenti la violenza femminile è arrivata agli occhi del pubblico: anche le donne hanno iniziato a bere venendo arrestate per crimini violenti fuori casa.   Inoltre, la diffusione delle videocamere ha prodotto evidenza che ha portato la polizia a ricredersi sugli stereotipi».

[Nicola Graham-Kevan, “The invisible domestic violence – against men”, The Guardian, 7/6/2011]

3.2  Lo stato della conoscenza in materia di violenza domestica

La fonte più autorevole e recente è il Partner Abuse State of Knowledge (PASK), che ha riassunto lo stato della conoscenza in materia di violenza domestica.   42 accademici e 70 assistenti di ricerca in 20 università e centri di ricerca hanno per due anni condotto una analisi estensiva e critica della letteratura scientifica basandosi sull’evidenza scientifica rigorosa, sulla trasparenza, sulla correttezza metodologica. Sono stati considerati circa 12000 studi, costruendo il principale data-base al mondo in materia di violenza domestica. I risultati sono stati riassunti in un review di 2657 pagine, e più concretamente in alcuni punti chiave:

  • «Il tasso di violenza perpetrata da donne (28.3%) è più alto del tasso di violenza perpetrata da uomini (21.6%).
  • Uomini e donne usano violenza domestica per motivi simili: primariamente per ottenere l’attenzione di un partner che li ha offesi, per stress o gelosia.
  • La gelosia ed i tradimenti del partner sembrano essere un motivo di violenza per sia uomini che donne.
  • Nessuno degli studi ha riportato che rabbia o vendetta fossero motivi più validi per gli uomini che per le donne; due articoli hanno indicato che la rabbia era un fattore più probabile per la violenza femminile rispetto alla violenza maschile.
  • Indicatori di dominanza maschile non risultano correlati con il tasso di violenza maschile; viceversa indicatori di dominanza femminile spiegano il 47% della variabilità della violenza femminile
  • Basso reddito, disoccupazione, età giovanile, appartenenza a minoranze sono fattori di rischio correlati con la violenza domestica.
  • Un buon rapporto con i genitori durante l’adolescenza, un contesto sociale di supporto sono fattori protettivi contro la violenza domestica.
  • Le coppie sposate sono a minor rischio delle coppie non sposate.
  • L’indice di diseguaglianza di genere (GII) di una nazione non è correlato con il tasso di violenza domestica né maschile né femminile
  • Vi è un maggior tasso di violenza nelle coppie omosessuali».[J. Hamel et al., “Partner Abuse. New Directions in Research, Intervention, and Policy” e Spinger]

In maggiore dettaglio, la categoria più violenta sono le lesbiche, la categoria da cui provengono molte delle femministe che hanno creato il calunnioso mito della violenza maschile. [Carolyn M. West, PASK report n. 6, “Partner Abuse in Ethnic Minority and Gay, Lesbian, Bisexual, and Transgender Populations”, Partner Abuse, Volume 3, Issue 3, 2012, tabella V. P. Tjaden, N. Thoennes,  C.J. Allison, “Comparing violence over the life span in samples of same-sex and opposite-sex cohabitants”, Violence and Victims 14 (1999) 413. K.F. Balsam et al., “Victimization over the life span: A comparison of lesbian, gay, bisexual, and heterosexual siblings”, Journal of Counseling and Clinical Psychology 73 (2005) 477. T. Huges et al., “Victimization and substance use disorders in a national sample of heterosexual and sexual minority women and men, Addiction 105 (2010) 2130. A.F. Carvalho et al., “Internalized sexual minority stressors and same-sex intimate partner violence”, Journal of Family Violence 26 (2011) 501. A.M. Messinger, “Invisible victims: Same-sex IPV in the National Violence Against Women Survey”, Journal of Interpersonal Violence 26 (2011) 2228].

Il PASK afferma che i sistemi giudiziari operano in maniera sessista:

  • «Gli uomini vengono consistentemente trattati più severamente ad ogni stadio processuale, in particolare quando viene deciso se aprire o meno un processo.
  • È più probabile che le donne vengano citate in giudizio piuttosto che arrestate.
  • È più probabile che gli uomini vengano condannati, ricevendo sentenze più pesanti.
  • È molto più probabile che alle donne vengano garantiti ordini di protezione, e più forti di quelli garantiti agli uomini.
  • Non c’è invece alcuna evidenza di discriminazioni contro gruppi etnici».

3.3  Come le femministe hanno falsificato le ricerche sulla violenza

Il sociologo Richard James Gelles (Preside di Facoltà alla University of Pennsylvania, titolare della cattedra Joanne and Raymond Welsh di Benessere dei Bambini e Violenza Familiare alla Scuola di Politica e Pratica Sociale, direttore del Centro di Ricerca su Gioventù e Politica Sociale) è uno dei pionieri della ricerca sulla violenza domestica, campo di cui è diventato il massimo esperto mondiale.
Gelles e i suoi collaboratori hanno subito minacce di morte e falsi allarmi bomba in occasione delle loro conferenze: le femministe volevano impedire loro di presentare i risultati delle ricerche, secondo cui l’incidenza della violenza di donne contro uomini è circa pari a quella di uomini su donne.
Egli stesso narra tali eventi:

«Quando scrissi il mio primo libro “La Casa Violenta” ignorai la storia di Alan e Faith, perché non si inquadrava nel contesto ideologico di porre l’attenzione sulla violenza contro le donne: Alan non aveva mai picchiato sua moglie. Riportai delle violenze e degli abusi subiti dai Faith dai suoi ex, accennando solo  come Faith avesse picchiato suo marito mentre leggeva il giornale.

Due anni dopo mi iscrissi ad una conferenza, ma rifiutarono la mia iscrizione alla sessione “Violenza Domestica” dicendomi che era piena.
Andai comunque sedendomi in fondo alla stanza, e c’erano solo 20 persone. L’argomento era la teoria femminista del patriarcato come spiegazione della violenza sulle donne. Dissero categoricamente che non esistevano uomini vittime di violenza domestica.
Alzai la mano e spiegai che le mie ricerche avevano messo in luce anche la violenza sugli uomini. Mi spiegarono che era certamente auto-difesa.
Con dei colleghi allargammo il campione della nostra ricerca, scoprendo che  la violenza è egualmente divisa fra i sessi.

Tutti e tre ricevemmo minacce di morte.  Le nostre conferenze venivano interrotte da falsi allarmi bomba. L’università della mia collega ricevette lettere per farla licenziare e per farle tagliare i fondi. Ricevemmo anche alcune critiche metodologiche, cui dieci anni dopo rispondemmo con una nuova indagine con metodi rivisti. Trovammo che la violenza sulle donne e sui bambini era scesa:  la cosa non ci sorprese, visto l’enorme quantità di risorse impiegate nel risolvere il problema.
La violenza sugli uomini era invece rimasta uguale. Scoprimmo anche che donne e uomini iniziavano la violenza in egual frequenza. Quando pubblicammo i risultati, gli attacchi personali furono ancora più insidiosi,  addirittura si insinuò che il mio collega avesse abusato di sua moglie.

I nostri risultati sono poi stati confermati.
Tuttavia non uno dei miliardi di dollari spesi per la violenza domestica va ad aiutare gli uomini. Ci sono 1800 centri per donne picchiate, nessuno per uomini.
Quando un uomo chiama la polizia, questa tende ad arrestare entrambi.  I padri che tentano di proteggere i loro bambini da madri abusanti, spesso si trovano arrestati per sequestro di minore».

[Riassunto da The Independent (London), 28 marzo 1999].

Un altro ricercatore, D.G. Dutton, scrive:

«L’evidenza della ricerca contraddice ogni assunzione principale del paradigma di genere: la violenza domestica femminile è più frequente di quella maschile, anche contro partner non-violenti, non c’è relazione fra volontà di controllo e violenza, e ad usare la violenza come strumento di controllo sono sia uomini che donne.

I sostenitori del paradigma del genere si citano a vicenda ignorando
i dati che smentiscono i punti chiave della loro ideologia.  Quando i dati contraddicono la loro teoria, invece di abbandonare la teoria ignorano o
attaccano i dati. […]  Non riescono a capire che le scienze sociali hanno regole di correttezza e non fini politici, hanno regole contro l’utilizzo di
campioni pre-selezionati, contro le generalizzazioni infondate, contro le citazioni falsificate,  e così via.  […] È un sistema auto-referenziale finalizzato a preservare a tutti i costi un’ideologia  piuttosto che a cercare la verità.  È l’essenza dell’anti-scienza, più vicino agli strumenti retorici dei politici e delle sette religiose».

[D.G. Dutton, “The Gender Paradigm and the Architecture of Antiscience”, Partner Abuse 1 (2010) 1].

La falsificazione operata dalle femministe ha raggiunto un livello tale che, a sua volta, è opera di indagine.  Muray A. Straus (Professore di sociologia e co-direttore del Family Research Laboratory, University of New Hampshire) ha pubblicato un articolo nel quale descrive i metodi che hanno usato per falsificare la realtà:

«I 7 metodi [sotto] descritti hanno creato un clima di paura che ha inibito la ricerca e la pubblicazione dei dati che mostrano che uomini e donne sono violenti in egual misura, e spiegano come mai l’ideologia femminista ed il loro modo di agire ha persistito per 30 anni, nonostante centinaia di studi che dimostrano la molteplicità dei fattori di rischio per la violenza.

  1. Metodo 1. Nascondere l’evidenza. Fra i ricercatori non allineati all’ideologia, molti (incluso e me alcuni colleghi) hanno nascosto risultati che mostrano che uomini e donne sono violenti in egual misura per evitare di diventare vittime di accuse feroci ed ostracismo.  Quindi molti ricercatori hanno pubblicato solo dati su maschi violenti e femmine vittime, omettendo deliberatamente maschi vittime e femmine violente.
  2. Metodo 2.  Evitare di ottenere dati inconsistenti con la teoria della “dominazione patriarcale”.  Nelle indagini statistiche, questo metodo di manipolazione consiste nel chiedere alle donne delle violenze subite da uomini, ma evitare di chiedere se hanno commesso violenze.
  3. Metodo 3.  Citare solo studi in cui gli uomini sono violenti. Potrei elencare moltissimi articoli che hanno citato articoli in maniera selettiva, ma invece mostrerò come questo processo di inganno e distorsione è istituzionalizzato in documenti ufficiali di governi, ONU, OMS.
  4. Metodo 4.  Concludere che i risultati supportano l’ideologia femminista quando ciò è falso. Gli studi citati sopra, oltre ad illustrare la citazione selettiva, contengono anche esempi di adesione ideologica che porta i ricercatori a interpretare falsamente i propri dati.
  5. Metodo 5.  Creare evidenza per citazione. È quello che Gelles ha chiamato “effetto woozle”: (un animale inesistente dei cartoni animati di Winnie the Pooh) si crea quando numerose citazioni di pubblicazioni passate che non contengono evidenze scientifiche ci ingannano nel credere che questa evidenza esista. Ad esempio, forse avrete sentito che “una donna su 4 viene picchiata”. Se andate a cercare la fonte originale di questa affermazione, scoprirete che la frase originale vera era “il 5% delle donne e degli uomini subisce violenza domestica”.
  6. Metodo 6. Ostruire pubblicazioni e levare i fondi a ricerche che potrebbero contraddire l’idea che la dominanza maschile sia la causa della violenza domestica.  Ho documentato un caso in cui una pubblicazione è stata bloccata, ma credo che capiti spesso.   Il caso più frequente è la auto-censura di autori che temono che i risultati possano danneggiare la propria reputazione, e, nel caso degli studenti, la possibilità di trovare un lavoro. Un esempio di blocco di fondi è la proposta di investigazione del 2005 del National Institute of Justice: il bando diceva che non era permesso studiare la violenza sugli uomini.
  7. Metodo 7.   Minacciare, assalire e penalizzare i ricercatori che producono risultati scientifici contrari all’ideologia femminista. Suzanne Steinmetz fece l’errore di pubblicare un libro ed articoli che chiaramente mostrava come uomini e donne fossero violenti in egual misura.   L’odio si concretizzò in minacce di bombe al matrimonio di sua figlia, è stata vittima di una campagna per negarle il posto e stroncarle la carriera universitaria.  20 anni dopo lo stesso è accaduto ad un ricercatore la cui tesi dimostrò che uomini e donne sono violenti in egual misura: gli hanno impedito la promozione ed il posto.   Nella mia esperienza, una delle mie studentesse è stata minacciata ad una conferenza che mai avrebbe trovato un posto se avesse fatto il dottorato con me.   All’università del Massachusetts, mi hanno impedito di parlare con urla e violenze».

[M.A. Straus, “Process Explaining the Concealment and Distortion of Evidence on Gender Symmetry in Partner Violence”, European Journal of Criminal Policy Research 13 (2007) 227-232].

Nicola Grahm-Kevan ha identificato e pubblicato un ulteriore metodo usato dalle femministe per falsificare i dati e calunniare gli uomini:

«Metodo 8. Manipolare i numeri.
Autori guidati dall’ideologia manipolano i dati per rendere più visibile le donne vittime ed oscurare la violenza sugli uomini. […] È routine manipolare le statistiche per falsificare la natura della violenza domestica. […] Ad esempio gli uomini sono il 74.5% delle vittime di omicidi, e sia gli assassini uomini che le assassine donne uccidono in prevalenza uomini piuttosto che donne».

4. La calunnia dei milioni/miliardi di donne picchiate

Secondo le femministe, in ogni paese ci sono milioni di donne picchiate, in ogni paese la situazione è più grave che in tutti gli altri paesi, ed il totale mondiale sarebbe un miliardo [Propaganda femminista “One billion rising”].

Ad esempio, femministe italiane hanno emanato “consigli di sopravvivenza: da parte delle donne italiane alle donne straniere”  secondo cui “l’Italia è al primo posto per quantità di violenze maschili e domestiche”. Nella realtà, l’Italia è uno dei paesi con minore incidenza di omicidi femminili (figura 2) e di stupri (tabella 3).

Vediamo come sono stati ottenuti questi dati falsi.

Su commissione del ministero che le femministe chiamano Orwellianamente “Pari Opportunità”, l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT, il dipartimento Statistiche sociali dell’Istat è diretto da una signora,  Linda Laura Sabbadini, autrice di dichiarazioni quali “c’è l’urgenza di istituire e attuare meccanismi di limitazione della presenza maschile al potere”) ha telefonato a qualche decina di migliaia di italiane (ignorando gli italiani, che pure hanno pagato questa ricerca sessista costata milioni di Euro), chiedendo indirettamente se, a loro dire, hanno subito violenza domestica.  Nessun controllo è stato fatto sulla veridicità delle risposte, ed i risultati appaiono così assurdi che l’ISTAT stessa avverte che vanno “analizzati con cautela”.  L’on. Sgarbi più esplicitamente dice che si tratta di dati “allarmistici e fasulli, infamia contro l’Italia”.

Secondo i dati ISTAT ci sarebbero 5 milioni di donne picchiate e

  • le regioni più violente sarebbero l’Emilia Romagna (ove il 38% delle donne sarebbero vittime!) mentre la Calabria sarebbe la meno violenta;
  • nelle città la percentuale di donne vittime (42%) sarebbe maggiore che in campagna;
  • avrebbe subito violenza il 17,6% delle donne che hanno solo la licenza elementare, il 28,9% per cento di quelle con licenza media ed  il 46,2% per cento delle laureate.

Ovviamente i dati veri mostrerebbero tendenze opposte: dagli stessi dati risulta quindi che l’indagine telefonica ha misurato non la violenza ma la sua percezione, che è stata influenzata dalla propaganda “siamo tutte vittime”, più forte fra le femministe urbane scolarizzate delle regioni rosse piuttosto che nelle campagne del meridione.

Per massimizzare il numero di donne vittime, è stato dilatato fino al ridicolo il concetto di violenza domestica.
Ad esempio sono state classificate come vittime, a loro insaputa, le donne che hanno risposto “sì” a domande di questo genere:

  • Suo marito la ha criticata per il modo di vestirsi?
  • Suo marito la ha criticata per il modo di cucinare?
  • Suo marito controlla quanto spende?

Una signora ha preso alla lettera la teoria femminista ed ha chiamato la polizia, denunciando il marito perché non voleva mangiare la  zuppa da lei cucinata,  chiedendo l’intervento di una pattuglia.

Lo stesso trucco è stato usato in altri paesi.

In Spagna, una donna veniva catalogata come “maltrattata” se rispondeva di sì ad una domanda del tipo

  • “Le chiede dove vuole andare senza di lui?” o
  • “Ironizza o non considera le sue idee?” o
  • “Dice cose che la imbarazzano davanti ai figli?”.

Alla fine i giornali strombazzano “milioni di donne maltrattate” e quasi nessuno va a spulciare il contenuto reale della ricerca.

In Francia, questi metodi adottati da una inchiesta telefonica francese effettuata dall’ENVFF, sono stati criticati da intellettuali come Marcela Iacub, Hervé Le Bras e Elisabeth Badinter:

«Lo sconcerto aumenta quando si scopre che queste pressioni psicologiche — che ricevono la più alta percentuale di risposte positive — rientrano nel coefficiente totale della violenza coniugale, assieme agli “insulti e minacce verbali”, al “ricatto affettivo” e, sullo stesso piano delle “aggressioni fisiche” e dello “stupro e altre prestazioni sessuali forzate”!». [Elisabeth Badinter, “Fausse route”, edizioni Odile Jacob].

L’ISTAT si è poi superata, effettuando un nuovo sondaggio sulla violenza che le donne subirebbero sul luogo di lavoro, e concludendo che più di 10 milioni di lavoratrici sarebbero state molestate.  Le lavoratrici in totale sono 9.2 milioni.

In ossequio alla dottrina femminista queste analisi vengono effettuate interrogando solo donne.
Un team di ricercatori italiani ha posto le stesse domande  a uomini trovando una tasso di uomini classificabili come vittima di violenza femminile pari al tasso di donne classificabili come vittime di violenza maschile: i risultati sono riassunti in tabella 1.  [P.G. Macrì et al., “Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile”, Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, vol. VI (2012) 30].

Entrambi i tassi sono inattendibili (eccessivi a causa della natura tendenziosa delle domande), ma il loro rapporto è attendibile: la violenza domestica non ha genere.

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